Gestalt Counselling

Per parlare di counselling dal punto di vista gestaltico vorrei far precedere questa mia riflessione dalla preghiera della gestalt:

“Io sono la mia via e tu la tua Perls
io non sono in questo mondo per rispondere alle tue aspettative
e tu non sei in questo mondo per rispondere alle mie.
Tu sei tu ed io sono io.
E se per caso ci incontriamo, allora è splendido.
Altrimenti, non è possibile essere aiutati”

Perls

La prima volta che sentii questa preghiera intuii che la gestalt non è una tecnica, non è una teoria, ma è una filosofia di vita e questo mi piacque al punto da assumerne la sua conoscenza.

Questa preghiera condensa nella sua essenza il gioco relazionale dell’esistenza e la possibilità per gli esseri umani di affrancarsi da molta “inutile” sofferenza. Non è molto facile riuscire a sentirne il palpito profondo, la capacità rivoluzionaria di un simile messaggio. La faccio leggere abbastanza presto nei miei gruppi di counselling, forse anche un po’ come una provocazione, dal momento che sulle prime può risultare di non facile assimilazione, ma quello che poi riscontro nella mia esperienza anche di docente oltre che di persona, è che la sua portata di libertà, nel senso di un estremo rispetto di se stessi e dell’altro-a, emerge naturalmente.

Da questa preghiera infatti si evince quanto sia importante per la pratica e la terapia della gestalt l’autenticità della relazione e nella relazione. Non esiste un “Tu” se non ci si affranca dalle nostre aspettative e dalle nostre proiezioni, e non esiste un “Io” capace di fare questo se non si allena all’interno di una relazione con tali presupposti. Cosa intendo con ciò: nel periodo della nostra infanzia nessun bambino/a ha potuto vera-mente esprimere se stesso/a perché troppo condizionato dall’amore dei genitori a piacere, a essere amato e soprat-tutto non abbandonato.

Ogni bambino/a diventato poi adulto porta nel suo cuore una ferita legata alla stima di sé e all’oscuramento della sua coscienza. Quello che poi accade con questa ferita aperta, può far sì che anche tutto il resto della vita possa continuare ad andare in quella direzione, ossia l’oscuramento della propria coscienza, o per meglio dire, della propria consapevolezza. Se invece accorgendoci di questa ferita decidiamo di farcene carico, di curarla, possiamo imparare a ridiventare quello che eravamo prima di questa perdita. Questo spartiacque nella maggioranza dei casi è rappresentato dalla crisi, o momento di difficoltà esistenziale. E’ quella l’occasione in cui possiamo decidere per la nostra vita. L’inclinazione alla crescita è insita nell’organismo sano, la sua fioritura, la sua pienezza è inscindibile dalla situazione d’impasse dovuta per l’appunto a una crisi o un disagio. La differenza sta nell’uso che decidiamo di farne.

Non si può pensare a un mondo dove non esistano più problemi, incertezze, disagi, conflitti e non si può permanere a lungo e invano in questa illusione, dal momento che la nostra vita ha una durata limitata nel tempo. Possiamo invece decidere che questa vita, la nostra vita, è un luogo migliorabile e godibile. Presa questa decisione, nel contesto del counselling ognuno può trovare un aiuto nella direzione dello sviluppo della propria consapevolezza.

La consapevolezza è il nucleo centrale del lavoro del gestalt-counselling così come anche di tutta la terapia della gestalt. Il counselling ad orientamento Gestalt: è la capacità di una persona, il counsellor, di essere Presente a se stesso nella sua Consapevolezza, per potere aiutare la Persona (il Cliente nella versione Rogersiana) ad essere quel Tu, che diventa a sua volta un Io relazionale, ossia un Io capace di essere in relazione con un Tu, dal momento che ha imparato a fidarsi delle proprie percezioni e intuizioni, piuttosto che affogare nelle proiezioni. Già nella psicoterapia della gestalt si sostiene e si afferma che il terapeuta esce dalla sua posizione di neutralità più tipica dell’orientamento freudiano e diventa ineluttabilmente parte in causa del processo terapeutico. Ciò diviene a maggior ragione nel gestalt-counselling ossia un Io che incontra un Tu nella bellezza e nella magia di un processo creativo affidato alla capacità di entrambi (counsellor-cliente), di stare in relazione.

Questa capacità è l’altra componente fondamentale del processo del counselling che racchiude al suo interno la possibilità di sperimentarsi: un lavoro che non è solo cognitivo, ma che dando spazio anche alla parte analogica creativa può annoverarsi come opera artistica. L’artista, quando comincia a lavorare su una nuova opera, non conosce l’esito finale ma sa che ci sono tutti gli ingredienti che possono contribuire al suo buon esito, il resto è affidato alla capacità di contatto, al fatto che diviene condizione ermeneutica per la sua possibilità. Il gestalt-counselling si pone in questa ottica: un processo che in quanto tale si fonda sul “qui e ora” presidiato dal counsellor. Nel colloquio del counselling il focus e l’attenzione è sul Presente in quanto esperienza che il soggetto porta con sé e che non si traduce solo nei suoi contenuti, ma su quelli che sono i vissuti e le emozioni della persona che andranno a fare parte della sua narrazione. Il counsellor contribuisce a sviluppare l’attenzione del cliente non verso i “Perché” degli accadimenti ma verso il “Come” le cose accadono, cioè verso il processo e il divenire dell’esperienza in quanto tale. Questa capacità di stare nel Contatto da parte del counsellor farà sì che anche il cliente, gradualmente, possa assumerla.

Il contatto in senso gestaltico è la capacità di essere presente a quanto accade momento per momento per assaporare pienamente il gusto della vita, dolce o amaro che sia, vuoi riguardo al proprio mondo interno che al piano relazionale. Queste due dimensioni sono sempre strettamente correlate e intrecciate e richiedono un’attenzione e una presenza continua per poter poi fare delle scelte. O si è troppo dentro, rivolti a un ascolto che può addirittura escludere gli altri, o si è troppo fuori portati via dalle mille tentazioni o stimoli della nostra società prevalentemente consumistica. Quello che in un lavoro di counselling si può imparare a fare è trovare il punto interno di appoggio della propria attenzione (centratura) dal quale far partire la conoscenza degli eventi personali. La gestalt a tale proposito recita del flusso ininterrotto dell’esperienza nel senso che, quando siamo nel suo flusso, la vita è come un fiume che scorre e che non ha bisogno di decidere dove andare ma semplicemente va perché è la sua energia che lo conduce. E’ quando interrompiamo questo flusso che entriamo nel pensare e nel decidere come un fatto meccanico.

Il ciclo dell’istinto o anche della consapevolezza è uno dei pochi paradigmi della gestalt, vuoi della sua teoria che della sua pratica. “Il presente è un passaggio dal passato verso il futuro; e questi sono gli stadi di un atto del sé, mentre stabilisce il contatto con la realtà”, dice Perls. Quando parlo di flusso intendo, nel linguaggio della gestalt, il flusso organismico, ossia quella capacità di stare nellìalternanza tra la formazione e la distruzione della gestalt. Non vi è una forma nel mondo che viviamo, ma lo diventa nel mondo percepito, quando questo risuona con i nostri bisogni.

La psicologia della gestalt ci ricorda che non percepiamo qualsiasi cosa, ma solo ciò che serve a chiudere le gestalten, ossia le forme che si erano attivate al nostro interno e che erano rimaste incompiute. Spesso hanno a che fare con i nostri bisogni, che però dobbiamo imparare a riconoscere per potere poi soddisfare, solo così possiamo dare al mondo e ciascuno alla propria vita i colori che più ci appartengono, piuttosto che aspettare che ce la dipingano gli altri secondo i loro bisogni. Questo è il punto cardine dell’aiuto nel counselling improntato alla consapevolezza, alla respons-ability e alla sperimentazione: permettere che sia il cliente a sapere cosa vuole, cosa desidera sperimentando tutte le vie possibili per giungere a questo. Il counsellor offre la sua presenza, il resto lo fa il cliente che, solo in questo modo, assumendo gradualmente una posizione attiva, cambierà la sua visione riguardo alle difficoltà del mondo. “Le persone sono proattive piuttosto che reattive. Esse determinano le proprie risposte al mondo” scrive Petruska Clarkson. La relazione nel counseling è a vantaggio del cliente; questo vuole dire che il counsellor si dispone nell’attenzione e nella cura dell’altro, intesa come “prendersi cura dell’altro” e non curare l’altro, e questo fa sì che l’aiuto che egli porge possa essere un aiuto ad aiutarsi, a fecondarsi in quel passaggio dal vuoto sterile al vuoto fertile.

Ecco il fondamentale passaggio che caratterizza il counselling: “l’aiutare ad aiutarsi”. Questo presuppone una totale fiducia nella capacità e soprattutto nelle potenzialità del Cliente che, se direzionate, diventano curative.

DOTT.SSA MARIA GRAZIA CEPARANO