Il Counselling, un processo di co-evoluzione

counselingDa più parti nel campo delle neuroscienze, della letteratura, dell'ecologia, della psicologia si sta evidenziando la capacità consapevolezzache l'essere umano ha di gestire la propria natura e quindi le proprie risorse, non solo al servizio di se stesso, ma anche al servizio degli altri. I training di meditazione, di mindfulness, di consapevolezza corporea dimostrano tutto ciò. L'organismo grazie alla sua intelligenza e alla sua capacità di autoregolazione può produrre benessere dentro di sé. Possiamo dire quindi che il counsellor è colui che aiuta ad aiutarsi in quest'ottica?

Certamente si, nella misura in cui egli diventa l'aiutante che prendendosi cura della persona permette che questo processo avvenga facendo della relazione il momento centrale della cura.
Attraverso l'accoglienza e l'ospitalità che, intesa come quella che il buddismo tibetano definisce Maitri, ossia una disposizione d'animo, di calore e di amicizia sia nei nostri confronti che nei confronti degli altri, il counsellor crea le condizioni all'interno della relazione per una reciprocità e un ascolto, caratteristiche che contribuiscono a quel mutuo crescere nel ben-essere e nello sviluppo delle potenzialità che contestualizzano la realtà del counselling.

Ciò permette per dirla con Maslow di favorire lo sviluppo di quei bisogni di accrescimento necessari all'individuazione del se, esperienza oggi sempre più necessaria in una società e in sistema che tenta costantemente di trasformare gli individui in macchine o al più in consumatori. Si ha bisogno di essere accompagnati nel processo di miglioramento, nell'accrescimento, per recuperare il senso della propria esistenza che a volte si smarrisce,per affinare quelle qualità dell'anima, in senso laico, che permettono lo sviluppo della spiritualità come patrimonio del genere umano e non appannaggio degli ecclesiastici o delle religioni. Io sono qui e tu sei qui, ora. Essere in questa condizione significa essere nell'ascolto, nell'attenzione, nella presenza.

Cosa ci può essere di più sacro di questo?
Questi atteggiamenti si possono sviluppare, si possono apprendere, e quindi vanno insegnati tenendo conto che la professione del counsellor è essenzialmente un sapere Essere, ancor prima che un sapere fare. La crescita biologica non va di pari passo con quella psicologico-emotiva e quindi spesso si diventa dei tecnici, magari anche bravi, piuttosto che delle persone che svolgono una professione salvaguardando la propria umanità e il contatto con se stessi e con l'altro/a. Nel pieno contatto con se stessi diventa inoltre possibile preservare un'interdipendenza fra esseri umani che non limita, ma anzi che arricchisce dando spazio alla cooperazione piuttosto che alla competizione. Abbiamo fondamentalmente bisogno gli uni degli altri e la competenza è un'opportunità per essere di aiuto.

Quando colui che andrà a fare il counsellor avrà sviluppato per se stesso questo atteggiamento gli diventerà assolutamente spontaneo condividerlo con il cliente. Non sarà più solo una prestazione professionale la sua, ma sarà uno scambio che arricchirà entrambi i partner della relazione. A questo riguardo mi viene in mente l'aneddoto del maestro di karate. Dopo anni di formazione l'allievo, arriva un giorno in cui sente la necessità di sfidare il maestro. Il maestro nell'incontro ad un certo punto mette in atto una mossa che l'allievo non riconosce fra quelle apprese nei lunghi anni della sua formazione e vince. Chiede quindi al maestro come mai non gliela aveva insegnata. Il maestro gli risponde che non avrebbe potuto farlo dal momento che l'aveva imparata solo in quello stesso istante.
Ecco cosa diventa per me l'intervento di counselling: una possibilità di mutua crescita.

E' stata l'abilità dell'allievo a permettere al maestro di inventare la mossa che dapprima non c'era nella sua esperienza, nella sua conoscenza. Contagiarsi nel piacere di evolvere e con questo quindi nella possibilità di co-evolvere può diventare un nuovo modo di stare all'interno dei sistemi sociali, un nuovo traguardo da raggiungere per sperimentare la condivisione. In questa condivisione si crea lo spazio per la reciprocità all'interno della relazione, non ci sono deleghe o atteggiamenti passivi da parte del cliente, la respons-abilità diventa di entrambi all'interno del rapporto.

A tale proposito è di importanza fondamentale, nel momento in cui la persona fa la richiesta di counselling che possegga una buona capacità di contatto con la realtà e con il proprio mondo interno per potere sostenere questo dialogo, questo scambio, questo confronto. Il Counselling per eccellenza deve favorire l'incontro con l'altro-a come possibilità di stare in ascolto ossia in quell'attenzione vera e autentica, che è il corrispettivo del “qui e ora” della tradizione gestaltica, mutuata da Perls dalle tradizioni orientali. La mente che normalmente oscilla fra i tanti pensieri che riguardano ora il passato, ora il futuro viene aiutata dalla Presenza del counsellor, dal suo Esser-ci nel senso fenomenologico, a tornare nel contatto presente con quanto accade dentro e fuori di sé. Accogliere, dicevo prima ,per creare spazio che non è solo lo spazio fisico del setting, ma è spazio interiore,emozionale è lo spazio dell'incontro fiducioso e per questo curativo.

Una relazione di fiducia di conseguenza, non ha bisogno di domande speculative,troppo critiche, non ha bisogno di troppi perché, ma ha bisogno di inviti alla curiosità e all'esplorazione di se stessi; di domande che vanno verso l'interesse di Come avvengono certi processi ampliando così la capacità di essere nel mondo, della persona,con un atteggiamento di onestà. L'onestà permettendo di potere lavorare con le proprie sensazioni, con le emozioni, con le esperienze corporee, con i pensieri che attraversano la mente favorisce l'autenticità.

Il counsellor, consapevole di ciò, può così evitare atteggiamenti direttivi o difensivi, può mantenere il proprio cuore aperto, che non è l'equivalente dell'essere buono. Quando parlo di apertura del cuore intendo la possibilità di una profonda sincerità e compassione verso se stesso e verso l'altro, la capacità fiduciosa di stare nella sana alternanza della creazione e distruzione di gestalt che caratterizzano il flusso organismico. Se il counsellor si mette nella disponibilità ad essere semplicemente traduttore del disagio della persona sa che sta svolgendo per lui un'operazione molto importante e di vitale necessità, si tratta di imparare a conoscere la sua lingua e poi di tradurla insieme a lui. Provate ad immaginare un traduttore che all'interno di un dialogo fra due persone di lingue diverse comincia a tradurre falsificando per incuria, per disattenzione quello che l'una persona dice all'altra: succederebbe ben presto il caos e forse anche qualche momento di aggressività data la non comprensione di quanto accade.

Ebbene io ritengo che per il counsellor sia esattamente la stessa cosa. Se il counsellor invece di tradurre comincia a metterci del suo, del proprio ego, il cliente si sente tradito, non capito e tutto questo non gli serve a stare nel rapporto di fiducia, bensì ulteriormente lo incrina. Oltre alle parole c'è poi il silenzio, il respiro consapevole che aiuta a stare nelle pause, ad ascoltare la propria melodia. Ogni vissuto ha una sua melodia, un suo suono e un suo ritmo. Ascoltare tutto questo sia per il counsellor che per il cliente è di fondamentale importanza. Ascoltare, ascoltarsi in un gioco e in una danza continua sviluppa la comprensione il Cum- prendere che è l'equivalente del prendere con sé, ed è questo che contribuisce allo stare bene.

Stare bene, nel senso anche di essere in salute, di godere della propria salute, che non è solo l'antitesi della malattia, anche se sappiamo che la gestalt parla a buona ragione di malessere, ma è la capacità di cui disponiamo ad essere creativi ed espressivi naturalmente. L'espressione creativa è la possibilità che l'essere umano ha di ampliare la sua consapevolezza. Per ampliare la consapevolezza c'è però bisogno di fare molta pratica perché è questa che rende possibile l'attenzione ai particolari dell'esperienza, così come essa si presenta momento per momento.

La pratica della consapevolezza aiuta la persona a risvegliarsi dai suoi automatismi ad accorgersi di quando cade negli stati ipnotici. Con questo apprendimento progressivamente impara a sentire quando non è in uno stato presente.
Tutto questo vale per il cliente ma altrettanto per il counsellor, che se vuole realmente essere per il cliente colui che lo aiuterà ad aiutarsi dovrà essere molto presente e consapevole della sua inconsapevolezza, solo così dichiarerà a se stesso la sua umanità limitata ma non limitante.

L'articolo è pubblicato sulla rivista IN-FORMAZIONE gestalt

DOTT.SSA MARIA GRAZIA CEPARANO