Lo splendore dell'Essere

Meditazione e pratiche d’arte

Un laboratorio di espressione creatrice

Assumere la pratica artistica come “espressione creatrice” significa riscoprire le proprie potenzialità dimenticate e identificare se stessi e il proprio divenire psico-fisico con l’essere e il divenire del mondo. Il piacere del gioco e insieme la propria creatività si riattivano attraverso la riflessione e la pratica del disegno e della pittura, intesi come strumenti di un laboratorio esperienziale.

 

 

 

 

 

Tutto ciò può produrre capacità pratiche e di pensiero che permetta ad ognuno di noi di vivere uno spazio di libertà e di rispondere così a un bisogno di partecipazione e fruizione relazionale con gli altri e con il mondo.

Una meditazione: il corpo e la pittura.
Il pittore si dà con il suo corpo ed è “prestando” il suo corpo al mondo che il pittore trasforma il mondo in pittura. Naturalmente, per fare questo, occorre ritrovare il corpo operante ed effettuale, il corpo di ognuno di noi, che non è una semplice porzione di spazio, un semplice fascio di funzioni, ma un intreccio di visione e di movimento. Il mio corpo, mobile, entra nel mondo visibile, ne fa parte, e per questo io lo posso dirigere nel visibile. D’altra parte è pure vero che la visione è sospesa ed indirizzata dal movimento tanto che tutto ciò che vedo è, per principio, alla mia portata, per lo meno alla portata del mio sguardo, già segnata sulla mappa delle mie possibilità. Dunque, in questo senso, il mondo visibile e i miei movimenti sono parti totali di un unico Essere.

Questa considerazione impedisce di concepire la visione come pura operazione del pensiero che innalzerebbe davanti allo spirito un “quadro” o rappresentazione del mondo per poi appropriarsene. L’uomo, il “vedente”, è immerso nel mondo mediante il suo corpo e così non si “impossessa” delle cose che vede ma le “accosta” soltanto, si apre a loro e al mondo. Il mio corpo, visibile e mobile si aggira fra le cose, è preso dal tessuto del mondo e la sua coesione è quella di una cosa: Tuttavia , essendo visibile e in movimento, è come se tenesse le cose intorno a sé in cerchio, come se le cose fossero un suo annesso o un suo prolungamento, fossero, parte della sua carne: come se il mondo fosse fatto della medesima “stoffa” del corpo. Potremmo dire che la visione è presa, o si “fa”, dentro le cose.

A questo punto, tutti i problemi e le ricerche della pittura sono presenti ed illustrano l”enigma del corpo” e, parimenti, tale enigma li giustifica. Dato che le cose e il mio corpo sono fatti della medesima stoffa, ecco che occorre che la visione si compia in esse, o ancora, che la visibilità manifesta delle cose si riversi in quel corpo accompagnata ad una visibilità “segreta”, quest’ultima equivalente ad un’eco necessaria per poter produrre l’opera. “La natura è all’interno” diceva Cézanne e con lui potremmo dire che qualità, luce, colore, profondità, che sono laggiù davanti a noi, sono là solo perchè risveglino appunto un’eco, una risonanza nel nostro corpo, perché esso li accolga.

Non si può fare un inventario limitativo del visibile: l’occhio, strumento che si muove da sé, mezzo che da sé si inventa i suoi fini, è ciò che è stato toccato da un certo rapporto col mondo e lo restituisce al visibile mediante i segni tracciati dalla mano su un foglio o su una tela.
La pittura risveglia, porta alla sua estrema potenza una sorta di delirio che è la visione stessa ed estende questo procedimento a tutti gli aspetti dell’Essere, che devono in qualche modo rendersi visibili per poter entrare nella sua sfera. Essa dono esistenza visibile a ciò che la visione “profana” crede invisibile, praticando così una teoria magica della visione:le cose passano dentro gli occhi del pittore oppure lo spirito esce da questi e va a passeggiare fra le cose. Ma la “domanda” del pittore non è quella rivolta da chi sa a chi ignora, come la domando di un professore ad un allievo, bensì è il quesito di colui che non sa ha una visione che sa tutto, che non siamo noi soltanto a costruire ma che si fa in noi e attraverso di noi.

Dice giustamente Max Ernst e con lui tutto il surrealismo:” come il ruolo del poeta, a partire dal celebre Lettre du voyant di Rimbaud, consiste nello scrivere sotto la dettatura di ciò che si pensa, che si articola in lui, così il ruolo del pittore è quello di delineare i contorni e di proiettare ciò che si vede in lui”. Tra il pittore e le cose, il visibile, i ruoli si invertono e tanti pittori hanno affermato che le cose guardavano loro e non il contrario. Paul Klee ha magistralmente e poeticamente sintetizzato tutto ciò dicendo:” Più volte in una foresta ho sentito che non ero io a guardare la foresta. Ho sentito, certi giorni, che erano gli alberi che mi guardavano, che mi parlavano….. Io ero la in ascolto…. Credo che il pittore debba lasciarsi penetrare dall’universo, e non volerlo penetrare….
Attendo di essere interiormente sommerso, sepolto. Forse, dipingo per nascere.”

Ciò che viene chiamata ispirazione dovrebbe essere presa alla lettera: c’è veramente ispirazione ed espirazione dell’essere, respirazione dell’Essere, azione e passione così poco distinguibili che non si sa più chi vede e chi viene visto, chi dipinge e chi viene dipinto. La visione del pittore, in questo senso, è davvero come una nascita prolungata. La nostra visione, di noi tutti, in questo senso, dovrebbe imparare ad esserlo.